La Festa del Lavoro

Il lavoro fisico costituisce un contatto specifico con la bellezza del mondo e, persino nei momenti migliori, un contatto di una pienezza tale che nulla di equivalente può trovarsi altrove. L’artista, il saggio, il pensatore, il contemplativo devono, per ammirare realmente l’universo, bucare questa pellicola d’irrealtà che lo vela e ne fa quasi per tutti i momenti della loro vita, un sogno o uno scenario di teatro. Essi lo devono, ma più sovente non lo possono. Chi ha le membra rotte per lo sforzo di una giornata di lavoro, ossia di una giornata in cui è sottomesso alla materia, porta nella sua carne la realtà dell’universo come una spina. La difficoltà per lui è di guardare e di amare; se ci arriva, ama la realtà. (Simone Weil, Attesa di Dio)

Non avrei mai pensato di commuovermi leggendo un articolo della nostra Costituzione, tantomeno durante un convegno di economia. E invece nel novembre scorso, a Monaco, nel bel mezzo di un discorso accademico sull’Europa e la crisi economico- nanziaria, appena provo a leggere l’articolo 1, mi blocco, con un inatteso groppo alla gola. Leggendo quelle parole, pronunciate nel cuore di un’Europa che oggi ha superato i venticinque milioni di disoccupati, ho scoperto con il linguaggio del corpo, che è molto più forte e profondo di quello del logos, qualcosa del dolore umano, della verità e della dignità etica e spirituale nascoste die- tro l’incipit più bello di tutte le costituzioni: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro».

È stato in quel giorno, credo, che ho deciso di scrivere questo libro sul lavoro, un lavoro che fonda la Repubblica perché, prima, fonda tutti noi, che siamo veramente cittadini perché lavoriamo, lavoreremo, abbiamo lavorato, o per- ché non possiamo lavorare, pur volendolo.

Sono convinto che siamo chiamati a riscrivere il vocabolario del lavoro, se vogliamo evitare il declino dell’Italia e della nostra civiltà. Il mondo sta cambiando troppo velocemente, e dobbiamo reimparare a dire ‘lavoro’ e le parole del lavoro, se vogliamo crearne di nuovo e ritrovare un rapporto di reciprocità con esso. Oggi il lavoro soffre anche perché mancano nuove grandi narrative e codici simbolici capaci di raccontarci che cosa hanno in comune l’attività dell’operaio nella fabbrica e quella di chi passa dieci ore al giorno di fronte a un computer, o di chi vive speculando sui mercati nanziari, o di chi viene pagato per fare la la al posto di altri (ricchi) alla posta o al cinema. Se non tro- vassimo più un comune denominatore tra queste attività umane, come potremmo continuare oggi a usare le parole ‘lavoro’ e ‘lavoratori’?

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Ecco allora che sorgono nuove domande, difficili ma cruciali: quali sono le semantiche del lavoro alla radice della nostra vita democratica? Il lavoro fonda ancora la nostra vita? La vita di chi? E fonda ancora la Repubblica, che continua a produrre disoccupati?

‘Lavoro’ è senza dubbio una parola grande, e quindi ambivalente. È la parola che apre la nostra Carta Costituzionale, ma anche quella che apriva la porta di Auschwitz (Arbeit macht frei). È al centro – vedremo come – della grande esperienza monastica (ora et labora), ma la Bibbia associa i mestieri a Caino, il fratricida. E ancora oggi il lavoro è fatto di azioni alte e nobili, ma anche di grandi abusi su uomini, donne e bambini.

Questo libro vuole allora esplorare i temi del lavoro e le sue ambivalenze, non sotto forma di un trattato sistematico, antropologico o sociologico, bensì con escursioni che si muovono tra la vita e la teoria, poiché il lavoro è pensiero

Per questo i generi letterari di questo saggio si incroceranno, perché le parole del lavoro sono eccedenti rispetto a qualsiasi scienza o ambito disciplinare. Le prime intuizioni dei capitoli che compongono la trama della storia che stiamo iniziando a raccontare sono nate a volte da un editoriale per un giornale (in particolare per il quotidiano «Avvenire», che mi dà l’opportunità di esercitarmi ogni settimana sui temi della vita della gente), altre volte da una conferenza, e molto spesso da incontri quotidiani con tanti miei concittadini, in Italia e nel mondo, soprattutto con i lavoratori, e con i poveri.

Se ascoltiamo la gente del nostro tempo, ci accorgiamo subito che molte delle ri essioni sul lavoro di questo libro nascono dalla presa di coscienza che il modo di lavorare affermatosi nell’ultimo secolo e mezzo sta velocemente tramontando. Il nostro immaginario collettivo e il codice simbolico del lavoro sono gli della cultura contadina (grande luogo cui guardare per capire ancora oggi il lavoro) e del mondo della fabbrica, dove il lavorare, duro e aspro, ha liberato milioni di uomini e (meno) di donne dallo status di servi della gleba nel quale si trovavano nelle campagne ancora feudali. Una liberazione che nei primi decenni, e non raramente ancora oggi, non era avvertita come tale, perché il lavoro è associato alla fatica, n da Adamo; e la fatica a volte oscura la memoria del passato, che magari viene idealizzato, dimenticando invece che non solo le fatiche dei servi e semi-servi delle campagne non erano minori, ma non c’erano i diritti e le libertà che quella fatica ha nel tempo prodotto e continua a produrre in Italia e nel mondo.

Nelle pagine che seguono parlerò soprattutto di quel lavoro che dà dignità alla vita, che ci fa morire pienamente. Non posso né voglio però dimenticare che il lavoro, se è vero lavoro, è anche fatica, sudore, lacrime. Le lacrime sono il companatico quotidiano del lavoro, tanto che, senza lacri- me, sudore, fatica, è probabile che non si tratti di lavoro, ma di qualcos’altro. Faticare quando si lavora è semplicemente parte della condizione umana. E chi non lavora perché ha troppe rendite o privilegi, e non fa quindi l’esperienza della fatica, non riscuote la simpatia e l’approvazione di chi ama la democrazia e la persona; perché chi potrebbe lavorare e non lavora si priva, anche per auto-inganno, di una delle esperienze etiche e spirituali più vere della vita. Chi lavora sa che ha iniziato veramente a lavorare non tanto quando ha ricevuto la prima busta paga, ma il giorno in cui ha fatto la prima esperienza della fatica, della durezza e della dif coltà del lavorare. Se ci si arresta prima della soglia della fatica, non si entra nel territorio del lavoro, e quindi non si raccolgono i frutti migliori, poiché la felicita non è assenza di sofferenza e di fatica, ma loro salario – felicità ha in latino la stessa radice (fe) di fecondo, femmina, fertile, perché rimanda alla generatività, ai frutti che nascono dalla coltivazione quotidiana delle faticose virtù.

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Nonostante la cultura utilitaristica, sempre più pervasiva nella nostra civiltà dei consumi e della danza, ci voglia convincere che l’obiettivo delle buone società sia ‘minimizzare le pene’ e ‘massimizzare i piaceri’, in realtà la vita ci dice che esistono delle ‘buone pene’ e dei ‘cattivi piaceri’. Le buone pene sono anche, e soprattutto, quelle del buon lavoro, dello studio serio, dello sport senza doping, della scienza; i ‘cattivi piaceri’ sono la maggior parte di quelli che nascono da ricchezze senza lavoro (speculazione, lotterie, rendite), dimenticando così, come ricorda Francesco Guccini, che felicità non è «anagramma perfetto di facilità, barando su un’unica lettera».

Non tutte le pene e le lacrime del lavoro sono però buone e generative. Non sono buone, anzi sono pessime, le troppe lacrime dei tanti servi e schiavi ancora presenti nel nostro

mondo e tutte quelle che non sono accompagnate dalla speranza del raccolto, quando non si vede un ‘bambino’ al termine del ‘travaglio’ – anche se, come in parte diremo, persino nel contesto più disumano l’uomo è capace di dar senso anche a un lavoro sbagliato, o pessimo. Come sono molto cattive le lacrime versate da quei lavoratori e lavoratrici – e sono ancora milioni e milioni nel mondo – che faticano senza un giusto salario, diritti, sicurezza, salubrità, rispetto e dignità. O quelle versate dai tanti che il lavoro non ce l’hanno, perché l’hanno perso o perché, esperienza forse peggiore, non l’hanno mai avuto. Le lacrime senza pane e senza sale (salario) sono lacrime e basta.

Per tanti il lavoro, con le sue gioie e con le sue lacrime, è stato, ed è, il lavoro della fabbrica. Anche in Italia l’economia della fabbrica è stata un frutto diretto dell’umanesimo civile, e poi della modernità che ha sferrato una guerra campale al feudalesimo e ai suoi rapporti servo-padrone. È nata da quell’illuminismo riformatore di Vico, Genovesi, Dragonetti, Filangieri, Verri, Beccaria e molti altri meno noti ma non meno essenziali all’Italia moderna e all’Europa. La lotta anti-feudale dei nostri riformatori settecente- schi, molti dei quali fondatori dell’«economia civile», cioè la battaglia contro i privilegi e le rendite legate al sangue e allo status, è stata il loro modo di dire che la nuova Europa doveva essere ‘fondata sul lavoro’. Questa tradizione e queste battaglie sono poi continuate nel Risorgimento, no alla Resistenza, e sono state attraversate e irrorate da quel grande movimento cooperativo nel quale il lavoro è stato concepito e vissuto con tratti culturali e antropologici in parte sostanzialmente diversi da quelli che si stavano affermando nel capitalismo nascente.

Guai a dimenticare questa nobile e dolorosa genesi del lavoro, anche del lavoro nella fabbrica. Se l’Italia industriale è stata capace di produrre miracoli economici, è perché in quelle fabbriche si sono condensati secoli, millenni di storia, di arti e di mestieri, di professioni, di abilità. Il made in Italy che ancora piace nel mondo, e che ci sta salvando dal baratro (per ora), è frutto di fabbriche abitate da saperi antichi, di operai gli dei mezzadri-imprenditori, dei mastri e degli artisti che fecero Firenze e Mantova, che misero assieme bellezza e catena di montaggio, estetica ed etica del lavoro. La fabbrica non è stata solo il campo della battaglia operai- padroni: è stata anche, e credo prima, una grande of cina cooperativa da cui è rinata una Italia diversa, fondata sul lavoro e ogni giorno rifondata dai lavoratori, compreso quel lavoratore che chiamiamo imprenditore.

Allora, se il posto lasciato dalle nostre ‘fabbriche civili’ verrà domani preso da un (ancora lontano) modo di produrre beni e servizi più umano e umanizzante, potremo star sereni; ma se questo vuoto – non solo in Italia, ma presto anche in Europa e in Occidente – sarà riempito da nuovi rapporti servi-padroni, da un neo-feudalesimo – i cui segni non mancano in una cul- tura economica che sta riponendo, come nell’ancien règime, le rendite al centro del sistema sociale – allora c’è da essere molto preoccupati. Anche questa preoccupazione civile ed etica è alla radice di questo saggio.

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